I sovversivi del gusto

6 September 2009

Lou Pitavin, locanda occitana

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L’Occitania è un territorio transnazionale, una nazione non nazione, dove ancora si parla la langue d’oc, l’occitano provenzale, la lingua romanza che per dire sì, dice oc. Idioma e cultura antichi, dimenticati, osteggiati anche, ma con tanto di Nobel per la letteratura: il poeta Frédéric Mistral, nel 1904. L’Occitania, va dalla val d’Aran in Spagna, passa attraverso la Francia meridionale e arriva fino ad alcune vallate italiane, nel Piemonte dell’ovest, in provincia di Cuneo. Tra queste c’è la Val Maira, capolavoro della montagna e meraviglia della natura. Luogo lasciato quasi intatto dallo sviluppo che non si è accorto di questo angolo di mondo. Il progresso non ha portato le fabbriche, la mancanza di valichi importanti l’ha salvata dalle autostrade. Ecco, oggi è quello che tutti cercano: un po’ di territorio incontaminato. Non a caso la Valle Maira è meta preferita di un turismo silenzioso, fatto di camminatori, di amanti delle passeggiate e dei paesaggi, in gran parte provenienti da Svizzera, Germania e Austria. Tra i numerosi valloni laterali c’è anche quello di Marmora dove nelle ultime case della Borgata Finello si trova la locanda occitana Lou Pitavin, il nome è quello di un piccolo picchio di questi boschi, ma è anche lo “stranom” il soprannome, della famiglia del giovane Marco Andreis che con la moglie Valeria Ariaudo offrono ospitalità e grande cucina del territorio, qui, a 1250 metri d’altezza. La locanda è deliziosa, legno, sasso, pietra e decorazioni tradizionali, opera della mano felice di Sergio Ariaudo, il padre di Valeria. Beh, la leggiadria del gesto, lei l’ha ereditata in cucina dove è capace di rendere una nuvola di profumi piatti che altrove sarebbero solo imponenti reliquie gastronomiche. Insomma, qui la cucina della memoria, memoria vera, lascito di madri e nonne, ha la carezza di un’attenzione non comune. Le acciughe al verde sono un tributo golosissimo alla storia della Valle Maira, da dove partivano gli acciugai, i venditori ambulanti di acciughe e merluzzo, paradosso geografico raccontato con meravigliosa delicatezza da Nico Orengo nel romanzo “Il Salto dell’acciuga”. I golosi salumi sono quelli del “sovversivo” Beppe Dho. La öla è un monumento alla sobrietà: minestrone di patate, porri, fagioli e costine di maiale, cuoce a forno spento, dopo aver sfornato il pane, per almeno una decina di ore, piano piano, mentre il sasso perde calore donandolo alla öla, la pentola di coccio che dà il nome alla zuppa. Solo per questo piatto bisognerebbe salire quassù. Poi per le ravioles, i tipici gnocchi occitani. Tra antipasti e secondi è trionfo di verdure, erbe aromatiche, selvaggina e trote di torrente. Sembrerebbe già il paradiso, ma la chiusura tra i dolci per i quali Valeria ha grande passione e gli splendidi formaggi d’alpeggio, è chiusura col botto. Fermatevi qui, le camere sono di una bellezza montanara d’altri tempi.

Michele Marziani

Questo è una nuova puntata del secondo viaggio di Michele Marziani e il fotografo Marco Salzotto tra i Sovversivi del gusto, del primo si può leggere qui.

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3 Commenti a “Lou Pitavin, locanda occitana”

  1. ma che belle foto! marco se t’impegni sei pure bravo! :-O)

  2. fa proprio venire voglia di andarci…

    mi segno l’indirizzo

    giuliano

  3. che piacere vedere l´occitania vivere la terra di mezzo, l´isola che non c´e che invece c´é

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